
Emozionarsi per una telefonata inattesa. Scegliere il vestito nero, quello che ti sta bene e ti fa i fianchi belli. Camminare attraverso l'aria frizzante della notte, spinta dalle attese che si articolano tra i pensieri, come erbe tra i fiori. Arrivare, vederlo, sentire l'emozione calda dei suoi occhi, arrossire. Poi - le erbe appassiscono sotto il vento dell'autunno. Avevi frainteso, piccola stupida, lì non c'è nulla per te.
Allora, perdersi tra l'umanità e il sudore di chi balla, muovere il corpo per scrollarti di dosso la tristezza. Gridare con gli amici che ti tengono per mano, bere dal bicchiere per nascondere l'amarezza. Cercare la felicità in qualcosa che non te la darà mai, sapendo di fare la cosa sbagliata. Infatti, rimani dura e ferita, solo più capace di nasconderlo.
E attaccarsi all'abbraccio dello sconosciuto che si propone, con labbra avide ma disinteressate. Sperare che quei baci ti instillino quella gioia che altre volte avevi provato, accorgersi che non è così.
Ora, nel pomeriggio piovoso della domenica di riposo, perdersi ancora una volta nel museo triste dei ricordi. Il sedile della moto che ti faceva viaggiare tra il sole e i rami intrecciati. L'odore della sua pelle al risveglio, -un misto di miele e sale. I rumori che ti facevano sapere che lui era in casa accanto a te - il passo inconfondibile, lo schiarire della voce.
Accarezzare quello che è stato e vorresti che ancora fosse. Accorgerti della profondità del dolore. Deglutire il male che hai nel petto. E sperare di stare meglio, solo un po' meglio, domani.

